Sagre: meno polemiche e più Doc, di Mario Liberto

 

Sagre postOgni paese della Sicilia si contraddistingue per la produzione di un prodotto tipico. Un connubio così forte che potrebbe spingere i più fieri a inserire il proprio prodotto nel gonfalone comunale. Prodotti custoditi gelosamente da ogni comunità, che come austeri vessilli, dominano su uomini e cose, e rappresentano pietre miliari di un’enogastronomia che non ha origine e confini. Spesso si va oltre. Il prodotto tipico diventa caratterizzazione al punto di essere ‘n’giuriati con appellativi (cipuddara, cirasara, ecc.) che riconducono alla produzione locale. Prodotto tipico che racchiude in sé: aspetti culturali (storia, tradizione, folklore), aspetti religiosi (feste, riti sacri), aspetti sociali (mangiare sano e genuino, salvaguardia dei beni naturali), ma anche quelli economici (occupazione, sviluppo). A queste peculiarità va aggiunto quello salutistico, infatti, la maggior parte di essi costituiscono il gruppo degli alimenti della tanto decantata «Dieta Mediterranea». Una strabocchevole cornucopia ricolma di straordinari ortaggi (pomodoro, carciofi, melanzane, ecc.) che da soli sono in grado di assicurare un migliaio di piatti di cui, sapientemente, la tradizione siciliana ne conosce i segreti e le virtù.Di queste sagre ce n’è per tutti i gusti. Sfarzose, modeste, improvvisate, ma tutte sapientemente improntate all’esasperato movimentismo, o meglio ancora, per rispondere alla necessità di allungare, con una ulteriore giornata festaiola, il divertimento dei singoli paesi. E proprio le sagre sono state qualche giorno addietro occasione di polemica “a distanza” tra l’assessore all’agricoltura Antonello Cracolici e l’ex assessore al turismo del governo Lombardo, Dore Misuraca; quest’ultimo reo, quando era alla guida del Turismo, a detta di Cracolici, d’aver  “svuotato il capitolo destinato alla promozione della Sicilia all’estero”, oltre ad avere “finanziato una serie di sagre sulle più disparate”.  Oltre tutto ironizzava Cracolici: “non so quanti turisti saranno attratti in Sicilia per gustare salsicce, ma so che questo è un modo spregiudicato per finanziare le campagne elettorali con i soldi pubblici”. Al di là della bega politica di cui sentiamo di distaccarci, resta fondamentale istituire un criterio per finanziare le vere sagre e controllarne la rispondenza economica, turistica dell’iniziativa.

 Il turismo enogastronomico

Basti guardare le cifre che girano attorno al business del turismo enogastronomico per rendersi conto dell’interesse che riscuote e, soprattutto, l’immensa potenzialità. Dalle cifre che emergono dall’analisi di questi ultimi anni, si può affermare che questo settore è strategico per l’Italia e a maggior ragione per la Sicilia, sia per il numero di imprese e di occupati, che per il fatturato. Quella siciliana è una tradizione eno-gastronomica molto ricercata, in quanto esprime una cultura antica, frutto di scambi, di elaborazioni che costituisce un prezioso forziere della nostra identità regionale, apprezzato in tutto il mondo. Nel promuovere il prodotto tipico bisogna far capire al consumatore o al turista che sta degustando un pezzo di storia, di cultura e di tradizione. E il suo appagamento non deve e non può essere esclusivamente materiale, ma anche spirituale. Amore per i prodotti, ma anche per i luoghi d’origine, che deve essere portato con loro e trasferito ad altri potenziali turisti-consumatori. Per il Censis, il turismo gastronomico è definito “di prossimità”, inteso cioè, come “trasferimenti di piccolo e medio raggio”. Un modello di turismo che si va sempre più imponendo attraverso i distretti eno-turistici con la visita obbligatoria ai paesini e alle borgate. Un turismo secondo il Censis che nell’arco di qualche anni dovrebbe raggiungere i 15 milioni di turisti, innescando la creazione di diecimila posti di lavoro, tra part e full time.
E ciò, è dimostrato dall’interesse che le grandi guide enogastronomiche manifestano, tra cui la Michelin, la quale ha dedicato una sezione al turismo rurale.
Interesse analogo si è registrato per il turismo legato al vino la cui valenza nazionale si aggira intorno a 5 milioni di presenze con un fatturato sui 250 milioni di Euro. Lo sanno bene i produttori di Roccapalumba con la presenza di 25mila visitatori per la sagra del ficodindia o i 8mila della sagra delle ciliegie di Chiusa Sclafani, tanto per citarne qualcuna sagra, e tante altre comunità che affidano alla propria tipicità l’entusiasmo e la speranza di fare reddito. Manifestazioni che hanno una forte storicità e un legame con il territorio. Appuntamenti diversi di sagre occasionali che nascono e muoiono con la complicità di qualche assessore comunale “amico dell’assessore di turno”.

 Prodotti certificati

Naturalmente, i prodotti offerti devono essere rigorosamente certificati e garantiti sul piano della qualità e della sanità, meglio ancora, se gli stessi, possono fregiarsi della protezione della DOP Denominazioni di Origine Protetta o della IGP l’ Indicazioni Geografiche Protette del Reg. Cee n. 510 del 2006,e della AS Attestazioni di Specificità. Tra le produzioni tipiche possono essere inseriti anche i prodotti storici quelli che fanno parte dell’ “Elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali” art. 3 comma 3 decreto ministeriale n. 350 dell’8 settembre 1999, o inseriti tra i prodotti prodotti De.c.o. (Denominazione comunare di origine) o i Presidi di Slow Food, oppure sagre che hanno una storicità, almeno 10 anni. Ma è anche necessario favorire tutte le iniziative che servono a promuovere i vari prodotti e con essi anche le aree di produzione attraverso le aziende agrituristiche, le Confraternite gastronomiche, le Scuole, i Distretti agroalimentari o rurali, le Sagre e le Fiere. Bene! Se questo grande patrimonio costituisce una potenziale ricchezza bisogna a tutti i costi preservarlo, valorizzarlo e cercare di averne un ritorno economico al pari di ogni altra risorsa naturale o culturale.
Contrariamente a quanti sostengono il contrario, le Sagre rappresentano il momento più esaltante della promozione di un prodotto e del territorio di provenienza e per tale motivo bisogna dare la giusta rilevanza. Per far ciò, bisogna necessariamente rivedere le sagre dando loro una severità organizzativa evitando inutili improvvisazioni che danneggiano, non solo l’immagine del prodotto, ma anche dell’intero territorio, che genera soltanto sfiducia ai produttori che sono i veri artefici e responsabili del prodotto stesso, e non le Amministrazioni locali, le Pro-loco e le associazioni varie.
Bisogna limitarne la corsa all’inflazione delle sagre, e attenzionarle in maniera forte, per dare il giusto riconoscimento e valore ad un prodotto che è “la bandiera di un territorio”, e come tale deve essere amato, rispettato e festeggiato come legame tra presente e passato. Castagne, ciliegie, meloni, pane, bruschette, salsicce, formaggi, ecc. e chi ne ha più ne metta, sono una infinitesima parte dell’elenco dei prodotti che danno vita alle varie manifestazioni e costituiscono, altresì, parte del glorioso ed accattivante patrimonio enogastronomico siciliano che gli operatori considerano come il nuovo filone aureo del turismo rurale.

Promuovere finanziariamente gli appuntamenti

Per far ciò, bisogna necessariamente rivedere le sagre dando loro una severità organizzativa evitando inutili improvvisazioni che danneggiano, non solo l’immagine del prodotto, ma anche dell’intero territorio, che genera soltanto sfiducia ai produttori che sono i veri artefici e responsabili del prodotto stesso, e non le Amministrazioni locali, le Pro-loco e le associazioni varie.
Avremo così per l’intero territorio una calendarizzazione ufficiale delle sagre regionali, in questo modo possono facilmente essere pubblicizzate, ma soprattutto finanziate utilizzando alcune Misure del P.S.R. È tuttavia molto importante che l’offerta enogastronomica, in occasione delle feste e delle sagre, sia accuratamente selezionata, allo scopo di valo­rizzare realmente le produzioni locali e di soddisfare l’attesa degli ospiti in questa direzione. Ad una sagra ben organizzata, che presenti prodotti au­tenticamente locali e proponga specialità della cucina del luogo, i visitatori si affezionano e scelgono di partecipare nuovamente l’anno successivo. Diversamente si tratterà di una serata “a passeggio” come tante altre, senza alcuna precisa identità, né culturale, né enogastronomica. Ampio risalto potrà essere dato ai prodotti con un marchio europeo, o prodotti che sono a maggior rischio di estinzione, o ancora, prodotti che coinvolgono nella promozione più territori comunali.
Naturalmente, nell’occasione dovranno essere evitate la vendita di prodotti concorrenziali, o di altri prodotti che non afferiscono al territorio.
In questo modo salveremo la storia dei nostri territori rurali, concorreremo a non far morire l’economia locale, e contribuiremo a far decollare quel tanto desiderato sviluppo, attraverso un turismo distrettuale, capace di innescare processi di sviluppo integrato che concorre ad ingrossare l’economia delle stesse aree rurali oramai in agonia irreversibile. A beneficiare dell’evento non sono solo i produttori, ma anche i proprietari delle strutture ricettive presenti nelle vicinanze, che nell’occasione ospitano i turisti che presenti.

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